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La fondazione monastico-cavalleresca di S.Maria di Sovereto

di Paolo Lopane

Era il 312 a. C. quando il censore Appio Claudio Cieco avviò la costruzione della celebre Appia Antica – «regina viarum»–, arteria stradale lunga 540 chilometri che, toccando Capua e Benevento e attraversando la Puglia, collegava Roma a Taranto e poi a Brindisi.  Quattro secoli dopo, tra il 108 e il 110 d. C., l’imperatore Marco Ulpio Traiano ne risistemò il tracciato e fece costruire una deviazione – l’Appia Traiana – che, partendo da Benevento e servendo località dell’entroterra e della costa pugliesi, diverrà nel Medioevo quella «Francigena del Sud» che, già ricordata in itinerari di pellegrinaggio come l’Itinerarium Burdigalense sive Hierosolymitanum (sec. IV), consentirà alle «turme» dei pellegrini e dei crucesignati di raggiungere città portuali come Bari, Barletta e Brindisi e da qui partire per la Terrasanta (1). Già nel 1097, Bari aveva visto imbarcarsi il contingente della I Crociata più numeroso e qualificato, quello guidato da Ugo di Vermandois, fratello di Filippo I re di Francia intenzionato a raggiungere l’Epiro e proseguire via terra lungo la via Egnatia. «I Baresi», annotò nel Chronicon l’Anonimo Barese, «si riversarono in tutte le città costiere della provincia», mettendo a disposizione un gran numero di «navi grandi e piccole», affinché, «con l’aiuto del Signore», venisse espugnata Gerusalemme (2). Il passaggio da Bari è ricordato anche da Fulcherio di Chartres, ecclesiastico al seguito di un altro condottiero, Stefano di Blois, il quale scrisse che, giunti a Bari, «città meravigliosa sita sulla costa», i capi della Crociata, prima d’imbarcarsi, scesero a pregare sulla tomba di san Nicola (3). Da allora, furono in tanti i «viandanti del sacro» che, in armi o meno, calcarono il basolato della Traiana trovando ricetto e ristoro nei numerosi ed accoglienti «hospitij» che, come scriveva agli inizi del XVII secolo il vescovo di Molfetta Giovanni Bovio, erano sorti «sopra la strada per dove passavano questi gloriosi guerrieri e devoti pellegrini» (4).

Molti di questi luoghi di assistenza e cura erano gestiti dagli Ordini militari – Ospitalieri, Templari, Teutonici –, la cui rete di precettorie, edificate all’interno delle mura cittadine o ubicate extra moenia (nella forma, perlopiù, della grangia, il tipico insediamento rurale delle comunità monastiche), era particolarmente fitta lungo le vie delle «tres peregrinationes maiores», i pellegrinaggi a Roma, Gerusalemme e Santiago di Compostela (5). Come ricordava, infatti, Giacomo Bosio nel 1594, anche quando si impose l’esigenza di  «aiutare i Regi di Gierusalemme, e gl’altri Principi Christiani, ch’habitavano in Soria, nelle guerre, che contra gl’Infedeli, continuamente si facevano», i Templari non abbandonarono mai «la loro prima professione d’accompagnare i Pellegrini, e d’assicurargli il camino»; «si come anche non lasciavano quelli di San Giovanni, d’albergargli, e di pascergli» (6). In particolare, i secondi – i «Cavalieri Hospitalari» – continuarono a prodigarsi nell’esercizio della «vera carità», della «santa hospitalità», delle «opere di misericordia» (7) .

A Sovereto, silenzioso borgo suggestivamente raccolto attorno ad una chiesa intitolata a Santa Maria, si trovano le vestigia di un antico hospitale ed una massiccia torre di avvistamento che, ricostruita dal commendatore Colamaria Tresca nel 1603, era stata presumibilmente eretta dai Cavalieri dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, religio militaris che, almeno dal 16 dicembre 1309, gestì il venerato santuario mariano (8). Non si può, tuttavia, escludere che l’hospitale di Santa Maria di Sovereto, ubicato a poche centinaia di metri dal tracciato dell’Appia Traiana, costituisse, in origine, una fondazione templare. Se restano, infatti, dubbie le affermazioni di Ignazio Frammarino dei Malatesta, che in uno scritto del 1856, citando una perduta «memoria» del «Vicario foraneo di Terlizzi don Genesio Cliro», riferiva che i «Cavalieri Templari dimoranti in Sovereto» avevano  tentato di impossessarsi di un dipinto mariano recato in Puglia dalla Siria da un crociato di origini francesi (9), tutt’altra considerazione merita, a mio avviso, la testimonianza di don Vito Bisceglia, Vicario generale di Altamura che, in una lettera inviata nel 1798 a don Michele Toscia, «regio bibliotecario ed archiviario napoletano», parlò di un «propugnacolo» dei «Cavalieri Templarj» stabilitisi nel «secolo duodecimo» nel territorio di Terlizzi «e precise nel luogo detto Soverito, sacro ad un’immagine della Vergine colà ritrovata (…). Divenne quello Commenda di Malta dopo l’estinzione de’ Cavalieri del Tempio» (10). Orbene: sorvolando sul fatto che, come attesta la charta del 1309, «nel luogo detto Soverito» gli Ospitalieri erano insediati da almeno tre anni quando papa Clemente V, nel 1312, soppresse l’Ordine dei Cavalieri del Tempio, va sottolineato che don Vito Bisceglia, in un successivo passo della lettera, accennò alle «fabbriche» del «Monastero» dove, «co’ Templarj», «abitavano le Monache»: «la loro Badessa», scrisse, «in quello stesso secolo stipulò un contratto col Capitolo di Terlizzi, e n’esiste il documento nell’Archivio Capitolare» (11). Sembrerebbe, quindi, che il Vicario avesse attinto le sue informazioni da un documento andato poi perduto; ed è un fatto che la presenza a Sovereto di due comunità di religiosi, una maschile, l’altra femminile, è stata provata solo grazie ad un documento pergamenaceo scoperto e pubblicato da Giosuè Musca nel 1968, documento che, relativo ad una transazione del 1203 avente quali parti l’ecclesia di Santa Maria di Sovereto ed un tale Goffredo figlio di Guaranno, recava le sottoscrizioni  di Maria «abbatissa ecclesie Sancte Marie de Suberito», di due sorores (le monache Chura e Lucia) e di altri tre rappresentanti dell’ecclesia: Matteo «presbiter prior», Giuseppe «presbiter oblatus» e Pasquale «oblatus» (12). Si deve, dunque, concludere che il Bisceglia, attestando già nel 1798 la presenza delle due comunità monastiche, avesse effettivamente consultato un altro documento che, stando alla sua lectio, faceva riferimento ai Cavalieri del Tempio. Qualche dubbio sollevò, al riguardo, il canonico terlizzese Pasquale De Giacò, che, in uno scritto del 1872, mostrava di conoscere bene la pergamena rinvenuta dal Musca (13) e, dopo aver parlato di «due conventini separati», destinati alla cura dei pellegrini che «per lo lungo viaggio o si ammalavano, o stanchi avevano bisogno di riposo», scartò l’ipotesi che i «Cavalieri che vennero in Soverito» fossero Templari o Teutonici e concluse che, «con più ragione e fondamento», ad insediarsi erano stati «i Cavalieri Ospedalieri di Gerusalemme e le religiose dell’istess’ordine, istabiliti gli uni e le altre per tale particolare ufficio nel 1119» (14). Da dove il De Giacò abbia tratto la notizia relativa all’anno dell’insediamento, non ci è dato sapere. Né sappiamo che fine abbiano fatto i documenti menzionati dall’autore e relativi a due altri atti giuridici che, nel 1219 e nel 1297, avrebbero visto quali parti contrattuali precettori della domus. Nel primo, fra’ Trasmondo, «precettore e maestro della chiesa di S. Maria di Soverito», comprava «dalle monache di S. Maria a Mare di Barletta un comprensorio di terre»; nel secondo, fra’ Raimondo de Bolera, «praeceptor sacrae domus hospitalis Sanctae Mariae de Suberito», ratificava l’acquisto (15). Di fra’ Raimondo rimane oggi la suggestiva lastra sepolcrale che, ricordandone la dignità rivestita («preceptor olim domus Sancte Marie de Suberito»), reca su uno degli scudi incisi l’effigie dell’agnus Dei e, sul manto, una croce ottagonale. Ad ogni modo, fondazione olim Templi o sin dalle origini ospitaliera, la chiesa di Santa Maria di Sovereto è menzionata già in una charta del 1175, atto nel quale si legge che tale Elia, disponendo «pro anima», imponeva ai suoi due eredi (i fratelli Pietro e Plancarotta) un cospicuo lascito a favore di alcune chiese del Terlizzese: fra queste, quella di Santa Maria «de Suberito» (16), il che fa supporre che doveva trattarsi, da tempo, di un centro di rilevante interesse religioso; forse, sin dall’alto Medioevo, se è vero che, come scriveva il De Giacò, la pia tradizione connessa al rinvenimento dell’immagine mariana venerata nel santuario era stata «trasmessa fedelmente per circa dieci secoli da padre in figlio» (17).

Un luogo, dunque, ricco di storia, fucina di tradizioni e pie leggende: un luogo dello spirito che, sgombro dai vaneggiamenti di inquieti detectives dell’occulto poco avvezzi all’uso delle fonti ed auto-esonerati da ogni dovere di prova, testimonia del naturale ruolo della Puglia quale ponte e terra d’accoglienza, veicolo di scambi e sincretismi culturali le cui mirabili tracce, scolpite nella pietra, hanno continuato a sfidare i secoli nelle facciate delle sue chiese.

 

NOTE

1) Rinvio il lettore ad un mio precedente saggio: P. LOPANE, Insediamenti cavallereschi in Terra di Bari: la Commenda di Santa Caterina e la presenza ospitaliera a Corato, Bitetto, Sovereto e Palo del Colle, in: «Studi Melitensi», XXI, 2013, p. 99. Il presente articolo ne costituisce un adattamento e una riduzione.

2) «Barenses similiter per omnes civitates maritime nostre totius Provincie intraverunt dandum naulum, passando cum magnis, vel infinitis navibus majores, et minores; quatinus Deo auxiliante irent, et expugnarent, et contererent omnes Sarracenos Deo revelles, et per vim intrarent Hierosolimis, expellendum inde omnes Paganos…» (ANONIMO BARESE, Chronicon, [A. MLXXXXVII], in: G. CIOFFARI-R. LUPOLI TATEO, Antiche cronache di Terra di Bari, Centro Studi Nicolaiani, Levante, Bari 1991, p. 182).

3) «Nos autem per mediam Campaniam et Apuliam euntes, pervenimus Barrum, quae civitas optima, in maris margine sita est; ibique in ecclesia Sancti Nicolai fusis ad Deum precibus nostris, portum tunc adeuntes, sine mora transfretare patavimus…» (FULCHERIO DI CHARTRES, Historia Hierosolymitana. Ab anno 1095 usque ad annum 1127, in: J. P. MIGNE, Patrologiae cursus completus omnium s.s. patrum, doctorum scriptorumque ecclesiasticorum sive Latinorum sive Graecorum, Brepols, Turnhout 1878-1963, Patrologia Latina, vol. CLV, col. 832).

4) Il carmelitano piemontese Giovanni Antonio Bovio, membro della Congregazione dell’Indice e professore di Metafisica alla Sapienza, fu vescovo di Molfetta dal 1607 al 1622. Brani della sua Breve Historia dell’origine, fondatione e miracoli della devota chiesa de S. Maria de’ Marteri di Molfetta, pubblicata postuma a Napoli nel 1635, sono stati ripresi da L. M. DE PALMA in: Verso Gerusalemme. II Convegno Internazionale nel IX centenario della I Crociata (1099-1999), a cura di F. CARDINI, M. BELLOLI, B. VETERE, Congedo, Martina Franca 1999, pp. 83-97.

5) Rinvio sul punto il lettore al mio saggio: P. LOPANE, I Templari. Storia e leggenda, BESA, Nardò 2004, pp. 54-58.

6) G. BOSIO, Dell’Istoria della Sacra Religione et ill.ma Militia di San Giovanni Gierosolimitano, Stamperia Apostolica Vaticana, Roma 1594, tomo I, libro I, p. 12.

7) Ibidem, pp. 14-15.

8) Il 16 dicembre 1309, infatti, «frater Poncius de Podio», «preceptor sancte Marie de Severito», rivendicava i beni dell’Ospedale Gerosolimitano «indebitamente» tenuti dal priore di San Martino della diocesi di Molfetta (cfr. F. CARABELLESE, Le Carte di Molfetta (1076-1309), Bari 1912, (CDB, vol. VII), doc. 170, p. 222).

9) Cfr. I. FRAMMARINO DEI MALATESTA, Cenno storico di Maria Santissima di Corsignano che si venera nella città di Giovinazzo coll’aggiunta della novena, F.lli Cannone, Bari 1856, pp. 33-34. Il Marinelli Giovene, in un lavoro pubblicato venticinque anni dopo, riprendeva le annotazioni del Frammarino e scriveva che «nel 1184 i Templarii di Sovereto mossi da invidia o da gara religiosa involarono il quadro della Vergine che in quel Casale [Santa Maria di Corsignano] si venerava», ma lo restituirono «subito, perché sgominati dalle terribili, e continuate scosse di terremoto che fecero crollare una parte del fabbricato da essi abitato, di che il Vicario Foraneo di Terlizzi Ginesio Cliro distese atto in carattere gotico» (L. MARINELLI GIOVENE, Memorie storiche di Terlizzi, città nel Peuceto, Cannone, Bari 1881, p. 138).

10) V. BISCEGLIA, Lettera del cantore don Vito Bisceglia, vicario generale di Altamura, in: «Giornale Letterario di Napoli», CXIII (1798), pp. 48-49.

11) Ibidem, p. 49.

12) G. MUSCA, Una famiglia di ‘boni homines’ nella Terlizzi normanna e sveva, in: «Archivio Storico Pugliese», XXI (1968), pp. 60-62. Il documento originale si trova presso l’Archivio Capitolare di Terlizzi (M 12 [A]).

13) Il De Giacò, però, spostava la data del documento al 1282. Così riportava le sottoscrizioni delle parti: «Ego Maria Abbatissa Sanctae Mariae de Suberito consentio. Ego Matthaeus Pater Prior consentio. Ego Joseph Paulus Pater oblatus consentio. Ego Paschalis oblatus consentio. Ego Cara Monacha consentio. Ego Lucia Monacha consentio» (cfr. P. DE GIACÒ, Il santuario di Soverito in Terlizzi, ossia notizie storiche e cronologiche riguardanti la invenzione della miracolosa immagine di Maria SS. Di Soverito, il santuario, e le pie istituzioni erette ove fu rinvenuta, F. Petruzzelli e Figli, Bari 1872, pp. 30-31).

14) Ibidem, p. 21. La tradizionale denominazione di «monache di San Marco», derivante dall’intitolazione di una chiesetta ubicata nel recinto del santuario e sul cui architrave, proveniente dall’ingresso dell’antico hospitale, il Valente poté riuscire ancora a leggere, prima che venisse vandalizzata, un’epigrafe latina rivolta al «pio forestiero», nulla ci dice circa la religio di appartenenza delle sorores.

15) Ibidem, p. 30.

16) Elia lasciò 50 «ducales» alla chiesa di Sant’Angelo di Terlizzi, 10 alla chiesa di Santa Maria «de Muro», 10 a quella di San Nicola «de laco» e «duodecim ecclesie sancte Marie de Suberito» (cfr. F. CARABELLESE, Le pergamene della cattedrale di Terlizzi (971-1300), Bari 1899 (CDB, vol. III), doc. 117, p. 142).

17) P. DE GIACÒ, Il santuario di Soverito in Terlizzi…, cit., p. 13.

 

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